Teatroteatro.it di francesca romana lino
La verita' che si svela puo' mostrare il volto di una Medusa, che mai
vorremmo vedere, trascinando nel suo schianto le certezze e le fragili
dinamiche affettive di una vita intera
Trama:
Helen e Danny, una giovane coppia londinese, stanno per iniziare una cena a
lume di candela quando, improvvisamente, irrompe nella loro casa Liam, il
fratello minore di Helen, completamente ricoperto di sangue e in evidente
stato di shock. I tre cercano concitatamente di ricostruire l'accaduto: un
incidente, un incontro o cos'altro? La notte porta allo scoperto segreti
profondi, da cui i tre giovani non possono fuggire.
Recensione:
Tutto questo c'e', nei quattro stati della verita'. Cosi' si potrebbero
chiamare le quattro macrosequenze narrative, che il regista Luca Ligato
scandisce attraverso l'uso del buio: e ogni volta, che si riaccende la luce,
la verita' del racconto si fa piu' sordida e densa; fino al punto che
neppure il disperatamente eroico tentativo di hElen – paragobile, all'inizio,
a un'algida Antigone - e' piu' disposto a tanto. E poi ce' quello squillo
del cellulare - Liam ne aveva addotto l'improvviso spegnimento quale causa
dell'impossibilita' di chiamare aiuto per il ferito - a far crollare il
castello di bugie: inizia li', appunto, lo svelamento; cosi' come, sempre li',
inizia una nuova rivisitazione, nonche' negoziazione dei rapporti fra i
personaggi
Gia': ma perche' irrompere, Liam, in casa della sorella coperto di sangue a
interrompendone la cena di lei col marito? Non c'e' una risposta immediata.
La verita' ('a-le'theia'), del resto e' dis-velamento: e poche volte come in
questa piece l'etimologia non e' soltanto un preziosismo filologico. Sembra
che abbia soccorso, per strada, un ragazzino aggredito... anzi, no: forse il
ragazzino - arabo - l'ha picchiato lui, perche' se l'e' visto arrivare
addosso all'improvviso e si e' spaventato... ma, forse, invece solo per
vendicare l'aggressione subita dal cognato tempo addietro e proprio da una
banda di ragazzini... Salvo poi scoprire che c'e' molto di piu': che il
ragazzino in realta' e' un uomo, un padre di famiglia - quindi: ipso facto
estraneo agli eventi - e che l'atto di Liam, lungi dall'essere la reazione
fobica di fronte ad un nemico potenziale, probabilmente altro non e' che
l'esplicitazione di una natura cattiva e perversa, che, pur manifestandosi
in un candore ostentato e disarmante, di fatto prorompe da un odio turpe a
lungo tacitamente covato. <<Ti stimo...>> continua a ripetere al cognato; e:
<<Vi voglio bene...>>, rivolgendosi alla sorella; ma poi ad un certo punto lo
ammette: <<Lui ha avuto tutti i vantaggi... e allora? E intanto un altro
essere umano sta li' a prendere la merda e diventa una merda... Beata
ignoranza! Verrebbe da tirarlo giu' dal piedistallo e fargli mangiare un po'
di tutta questa merda>>. Altro elemento, probabilmente, e' la delirante
identificazione con l'amico skinhead. «Io non guardo al colore della pelle e
tutte quelle cose lì...», aveva confidato fin dall'inizio a Danny, ma poi,
parlando di Ian e della sua collezione di cimeli bellici dice: <<e' da malato...
pero' e' da fighi...>>. E attorno a quest'essere destabilizzante –
interpretato da un Umberto Terruso, che tiene botta e per tutto il tempo
riesce a restituirci l'impalpabile fragilita' di una mente sconvolta, di cui
l'agghiacciante epilogo e' in qualche modo piu' la conseguenza, che non la
causa – ruotano i due coniugi: hElen, la sorella di lui, e Danny, il cognato.
Due personaggi tragici, a modo loro: nello speculare, ma impossibile
tentativo di raggiungersi. All'inizio, infatti, e' il marito – un Dario
Merlini visionario e alla woody Allen – a non voler scendere a patti coi
ricatti morali della moglie <<E' la mia unica famiglia» gli ricorda lei... e:
<<O loro o noi... scegli, una volta tanto: renditi utile!>>, mettendolo di
fronte al fatto: <<Se fosse stato nostro figlio a tornare a casa ricoperto di
sangue?>>... e, qui, sa di colpire nel segno, perché, nel tanto non detto,
fra i due, la posta in gioco e' anche quella gravidanza, che spacca le
aspettative della coppia. Poi, invece, sara' lei - un'Alice Francesca Redini
capace di ammorbidire il suo personaggio, spogliandolo, parallelamente, di
sovrastrutture e meccanismi di difesa, insieme a quelle scarpe coi tacchi,
che si sfila, l'abito, che lascia il posto ad una piu' comoda vestaglia da
camera ed i capelli che si sciolgono, restituendocela in un'intimità quasi
da focolare - a superare il senso di colpa, che la spingeva ad avallare le
brutalita' del fratello. <<E' solo sfortunato... per le persone come Liam le
cose non vanno sempre per il verso giusto...>>: ma poi sembra riuscire a
riappacificarsi col marito - superando il giudizio di vigliaccheria da
subito emesso nei confronti di Danny - con la vita e con quella creatura che
attende.
Un testo forte, sicuramente, feroce, a tratti, e volutamente non curante del
bisogno di pietas del pubblico. Un lavoro non a caso inserito all'interno
delle “Letture e lezioni sulla tragedia greca” con contributo della
Fondazione Cariplo, dato che tale, infatti, ne e' la corposita': tragica,
pur nella contemporaneita' di tematiche e fatti, in cui Antigone non sarebbe
probabilmente piu' l'eroica kamikaze pronta all'auto immolazione a esclusivo
vantaggio di un ideale astratto e super partes, ma una donna moderna, in
ascolto delle proprie esigenze d'individuo, prima di decidere da se' e per
se'. Una drammaturgia strutturata in modo che l'azione non potesse che
articolarsi cosi'; eppure senza costrizione, ma con la naturalezza di un
meccanismo che spontaneamente evolva secondo la propria interna modalita'.
Poi resta da dire che, probabilmente, una resa cinematografica le sarebbe
stata piu' congeniale: un gioco di sguardi e primi piani, sarebbe stato
sufficiente a far arrivare quel pathos che il regista teatrale ha dovuto
suscitare con piccoli, ma non sempre cosi' necessari e leggibili movimenti
scenici.
Francesca romana lino
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